SUP Surfing a Peniche 2026

L’oceano, il baretto dei miracoli chiamato Pastel de nata e tante risate: sei giorni di SUP Surfing a Peniche.

Testo e foto di Max Benedetti aka Johnny Banzai


Ci sono viaggi che iniziano molto prima del volo e che, in qualche modo, non finiscono quando restituisci le chiavi del furgone a noleggio. Il nostro surf trip in Portogallo, nella spigolosa e magnetica costa a nord, ha avuto fin dal primo istante un sapore particolare. C’era l’oceano ad aspettarci, certo, ma c’era soprattutto quell’atmosfera inconfondibile che ti porti dentro da quando ci sei andato per la prima volta.
A tratti sembrava di essere tornati alle gite scolastiche delle superiori; anzi, a quelle del quinto anno, dove si mescolano il divertimento puro, la follia leggera e gli scherzi continui, mentre sotto sotto si nasconde quella sottile consapevolezza che qualcosa sta per cambiare. Per noi, ovviamente, non c’era la maturità ad attenderci al ritorno, ma la certezza che una volta rientrati alla base ci saremmo portati dentro un altro pezzo di quel mare e di quei posti magici.

A darci la sensazione di “essere a casa” è stato l’ingresso a Consolação: l’accoglienza calorosa di Luis e Nadia nel loro magico Supertubos Beach Hostel, il sapere già esattamente dove muoversi e persino il telefono che ricordava la password e si collegava alla Wi-Fi in automatico.

Il primo impatto con l’Atlantico, il 16 aprile, è stato un morbido benvenuto. Dopo il viaggio ci siamo diretti a Gamboa per una prima uscita carina, uno spot attivo il giusto per togliersi di dosso la ruggine del volo. In acqua abbiamo incrociato anche i Nika Boyz, a conferma che certi angoli di Portogallo sono un potente magnete per chi condivide questa “malattia”. Via a grandi abbracci e saluti al mitico Leonard Nika e alla sua crew, tra cui alcune vecchie conoscenze delle uscite a Ostia. Lì ho conosciuto per la prima volta Chicco, un giovane prodigio che sta crescendo molto bene presso la loro scuola (a questo proposito, vedi la recente intervista pubblicata sempre qui su SupNewsmag). Il pomeriggio è scivolato via in un totale chilling sulla spiaggia, tra riflessi dorati, il sapore di una birra fresca e quel relax che solo il rumore della risacca sa regalare, prima di chiudere la serata al Sol y Vida, ricaricando le batterie per i giorni successivi.

Il secondo giorno è iniziato con il nostro grande rituale: colazione al mitico Baretto a colpi di pasteis de nata caldi, quel profumo di sfoglia e crema che rimarrà il nastro trasportatore dei nostri ricordi mattutini. I ragazzi, Filippo e Luca, hanno voluto testare subito lo spot davanti casa con le loro tavole da surf “traditional”, nonostante l’oceano mostrasse loro i denti: onda grossa e tanta corrente. Con determinazione e lottando contro una grande massa d’acqua irrequieta, sono riusciti comunque a portare a casa un paio di ottime onde.

Abbiamo poi caricato il furgone per andare a vedere Supertubos, ma la situazione era decisamente troppo gnarly. Senza perderci d’animo, abbiamo fatto rotta verso sud, direzione Carcavelos, e si è rivelata una scelta vincente. È stata una bellissima giornata “a cascata” — di quelle in cui gli eventi si incastrano alla perfezione, uno dopo l’altro. Non solo lo spot, ma anche la spiaggia era piena di persone; gente che conosce la fortuna di vivere in quei posti e se li gode fino in fondo anche appena uscita dal lavoro, surfisti e non.

Noi ci siamo posizionati sulla parte destra, colonizzando una buona fetta delle onde in arrivo. Gennaro si è letteralmente scatenato, lottando per le precedenze sulle onde come un pro in un contest (e anche un po’ come un paraculo…). Claudio, che a causa di alcuni postumi fisici non era neanche sicuro di riuscire a partire con noi, invece ne infilava una dietro l’altra, mentre Fabio ha preso un paio di destre di quelle veramente da ricordare. Luca e Filippo si sono confusi in mezzo alla marea di surfisti, ricomparendo di tanto in tanto. Erano entrati talmente bene nella parte che ho avuto il forte sospetto stessero parlando male di quelli con il SUP, facendo finta di non conoscerci! Quando sono riuscito ad identificarli in acqua, sono comunque riuscito a immortalare dei bellissimi scatti in controluce.
Direi che comunque abbiamo cercato di fare le cose per bene, senza essere ingordi e facendo attenzione a non finire troppo a ridosso degli scogli.

Dopo un panino al volo sulla spiaggia e una birretta, allietati dallo show improvvisato di alcuni istrionici ragazzi angolani, abbiamo aspettato il cambio di marea e siamo entrati di nuovo nel pomeriggio. È stato uno di quei momenti in cui, mentre scivoli sull’acqua pulita, ti senti in pace con il mare, in pace con le onde e, soprattutto, in pace con te stesso. La giornata si è poi conclusa divinamente alla Taberna dos Almocreves.

Il 18 aprile è stato il giorno degli imprevisti e della gloria. La mattina è iniziata in ordine sparso. Mentre i ragazzi riprovavano a entrare davanti casa, io ho dovuto fare i conti con un forte risentimento alla schiena — causato da una centrifuga tipo lavatrice sotto una di quelle onde che non perdonano — che mi ha convinto a optare per un’escursione contemplativa a Nazaré. Sono andato a guardare e a “sentire” la maestosità di quel mostro liquido che alberga nei Canyon proprio sotto il faro: neanche con il mare completamente calmo (per come può esserlo lì) sarei mai entrato. È stato un momento particolare e intimo, che ho raccontato in un articolo dedicato proprio a Nazaré sempre qui su SupNewsmag.
Lì ho visitato l’interno della torre del faro, che ospita un museo con le tavole e le fotografie di quegli uomini e di quelle donne che hanno sfidato l’impossibile scendendo quelle montagne d’acqua gigantesche. In quella specie di grotta in cui è allestito il museo, sembrava di sentire ancora le vibrazioni e l’adrenalina che scorreva nel sangue di quelle persone in quei momenti. Lì, in bella mostra, ho visto anche la tavola di Alessandro Marcianò, che portava i segni inconfondibili di cosa significhi scendere quei mostri. Chapeau a questo italiano.

Nel… frattempo, Paolo e Gennaro entravano in acqua nel picco locale, mentre Fabio e Claudio scendevano in spiaggia con le tavole senza però rischiare l’ingresso. Chi era presente mi ha raccontato che Paolo ha infilato una serie di onde davvero bellissime, ma l’Oceano non fa sconti: con la marea crescente la forza dell’acqua è aumentata improvvisamente, portando al “fattaccio”. Leash rotto, tavola persa e una violenta frullata che gli ha lasciato una dolorosa “macinata” sul torace (poi rivelatasi come due fratture composte alle costole).
Ma conosco bene il mio amico e fratello Paolo Cabrina, e so che ha la memoria corta per il dolore quando c’è la promessa di un’onda perfetta. Verso le 17:00, dopo un giro di perlustrazione tra Gambinho, Gamboa e Supertubos, la crew si è ritrovata a Baleal.

A cena mi avrebbero raccontato che da terra sembrava una cartolina: onde pulite da un metro e mezzo e un leggerissimo vento offshore che pettinava i picchi. Il dolore alle costole di Paolo è svanito all’istante. Sono corsi all’Hostel a recuperare tavole e ragazzi per quella che, per loro, si è rivelata una session antologica. Mi hanno detto che Paolo è rimasto in acqua a urlare di gioia per tre ore, riuscendo a cacciare letteralmente i ragazzi dall’acqua solo alle 20:40, proprio mentre io rientravo dal mio pellegrinaggio spirituale a Nazaré. La doccia veloce alla surfhouse è stata solo il preludio a una cena pantagruelica alla Sardinha: un trionfo di Arroz con aragosta e baccalà, accompagnato da un fiume di risate che facevano dimenticare gli acciacchi fisici.

Il giorno successivo ha mantenuto alta la striscia positiva. Io, che già dal giorno prima viaggiavo praticamente dopato di crema all’arnica al 98% per cavalli (compagna inseparabile di Gennaro nei suoi trip) e dopo aver passato la notte a fare esercizi posturali ispirati da Daniela — la mia insegnante di posturale che mi ero persino sognato e che nel sonno mi svegliava dicendomi di fare allungamenti “di qua e di là” —, ho deciso che, costasse quel che costasse, non potevo stare più di 24 ore lontano dall’acqua. Dopo il solito check degli spot, abbiamo infilato un’uscita molto carina a Baleal, vicino al Bar Do Bruno, seguita da un pranzo leggero a base di yogurt greco e frutta.

Il pomeriggio si è diviso tra un giro per gli outlet della zona, un’insalata veloce per me e Paolo nella pizzeria del paese, e una nuova session pomeridiana a Baleal. Il picco era decisamente affollato, ma l’energia del posto era incredibile, coronata da una birra al tramonto al Danau. Prima della cena a base di pesce spada alla griglia al Miramar, c’è stato spazio anche per un po’ di storia locale, con un giro in macchina fino al Fortim Dos Franceses per osservare i resti delle fortificazioni napoleoniche.

Il penultimo giorno, le costole di Paolo hanno chiesto definitivamente il conto. Siamo andati ad Almagreira per la session mattutina: il posto è selvaggio e l’uscita è stata visivamente splendida, ma con il torace in fiamme Paolo ha dovuto alzare bandiera bianca dopo poche ore. Ci siamo spostati nuovamente verso Baleal per un panino al tonno e una birra vicino al Danau.

Qui i ruoli si sono invertiti: Paolo è rimasto all’asciutto sulla scogliera a registrare qualche video di noi che cercavamo di partire in mezzo a un picco super affollato. Giravamo al largo tra le scuole in acqua, attenti soprattutto a evitare lo scontro con gli istruttori locali di surf. Personaggi che — come dappertutto, d’altronde — sembrano selezionati non tanto per bravura, quanto per antipatia e ignoranza; da quelle parti sono solo più efficienti a sceglierli così.
Prima di goderci una bella serata in pizzeria, abbiamo dedicato un momento a esplorare la Punta di Papoa: una lingua di roccia esposta, selvaggia e incredibilmente caratteristica, dove il vento ti riempie i polmoni e ti ricorda quanto siamo piccoli davanti alla natura portoghese
.

L’ultimo giorno l’oceano si è preso una pausa, presentandosi quasi piatto. Ne abbiamo approfittato per una bellissima deviazione culturale: prima due ore di cammino all’interno del suggestivo Buddha Eden Garden, e poi una visita a Óbidos, uno splendido borgo medievale racchiuso tra mura intatte e giustamente protetto dall’UNESCO.
Lì ci siamo concessi un pranzo tipico a base di Pastel de Bacalhau (gentilmente offerto da Paolo) e gli ultimi acquisti di rito. Proprio tra quei vicoli sono rimasto incantato da una ragazza che cantava il Fado in un modo così intenso e magnetico che, per schiodarmi da lì, i miei amici mi hanno dovuto letteralmente tirare via per la collottola.

Infine, siamo rientrati alla surfhouse per il triste momento di chiudere le sacche delle tavole e caricarle per un’ultima volta in quel furgone che ci aveva accompagnato per quei sei splendidi giorni.
Nel complesso, il viaggio è andato benissimo. Non abbiamo incontrato le condizioni giganti dell’anno precedente, ma forse è andata meglio così. È stato un trip di spessore, dove condividere le onde portoghesi e tutto quello che ci girava intorno è stato il collante perfetto per risate, amicizia e quella meravigliosa, temporanea fuga dalla realtà che solo chi vive il mare sa apprezzare fino in fondo.

Ringraziamenti:
• A Paolo e alla sua prodigiosa memoria, che mi ha permesso di ricostruire con precisione tutte le date e le uscite.
• A Fabio, Claudio e Gennaro, perfetti compagni per un viaggio come questo, per le risate infinite e per i conseguenti crampi alla mandibola.
• A Filippo e Luca, che ormai sono grandi e che ho visto crescere nei vari surf trip che abbiamo condiviso.
• A Nadia e Luis del loro Supertubos Beach Hostel, per farci sentire sempre a casa.
Minacce:
I miei suddetti compagni di viaggio che, quando era il loro turno di scattare fotografie invece di stare in acqua, si dileguavano o le sbagliavano sistematicamente per la fretta, inchiodandomi all’editing delle immagini fino alla paranoia. Vi voglio bene lo stesso!”

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